Archivio mensile:febbraio 2013

L’Uomo nella scatola 00001001

kandinsky
Parte decima
Primo finale
Felix torna gatto
-seconda stesura-

I sei piedi sembravano stessero ridendo tra loro, appoggiati due di fronte agli altri sul tavolo basso, illuminati dalla luce del fuoco che proveniva dal camino.
La bottiglia ormai vuota era caduta vicino al bordo e il poco vino che ne era uscito aveva formato un piccolo laghetto rosso ai suoi piedi.
Stava facendo giorno, un pò di luce rossa filtrava attraverso la finestra chiusa e gli uccellini cinguettavano.

L’immagine della serenità, direte voi. L’immagine del disastro penso io. Quello che avrebbe dovuto essere un incredibile racconto in realtà è una banalissima storia di una sbronza, lo ammetto. Non avevo considerato il fattore Tempo, che insieme al fattore Caso putroppo ci influenzano e ci piegano alla loro volontà, è stato un mio errore, lo confesso. In fondo sono solo un gatto e nero per giunta. La storia in effetti finisce qui, il tempo è scaduto, si stanno risvegliando e l’ultima cosa che voglio è farmi vedere da loro, in fondo è tutta colpa mia se Bi-Gio ha incontrato il vino e il Mikado. Ma se siete curiosi di sapere di chi sono i sei piedi appoggiati al tavolo basso forse potete chiederlo direttamente a Me-Linda, io vi saluto.

Firmato
Felix

Traditori

Divina-commedia
Nel IX cerchio dell’inferno, l’ultimo, Dante ci mette i traditori.

Nono cerchio,
(lago ghiacciato Cocito)
Prima zona: Caina
Traditori dei parenti
Immersi nel ghiaccio col viso rivolto in giù

Seconda zona: Antenora
Traditori della patria
Immersi nel ghiaccio col viso rivolto in su

Terza zona: Tolomea
Traditori degli ospiti
Immersi sotto il ghiaccio con il viso rivolto verso l’alto e gli occhi congelati

Quarta zona: Giudecca
Traditori dei benefattori
Interamente sommersi nel ghiaccio
Tre grandi peccatori sono continuamente maciullati da Lucifero

Protetto: I politici e la televisione

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L’Uomo nella scatola 00001000

frankjunior
Parte nona
-prima stesura-476

“Me-Linda. Il mio nome è Me-Linda, si pronuncia Melinda e non Me-Linda, e il vostro?”, la piccola sfera li precedeva attraverso il lungo corridoio. Questo veniva illuminato con lo stesso sistema visto scendendo le scale nella botola. Creava un effetto particolare. Un bagliore bluastro più grande che si muoveva lentamente attraverso il corridoio buio, preceduto da una sfera luminosa più piccola di colore tra il viola e il blu scuro in continuo movimento, con striature azzurre che più velocemente ne percorrevano la superficie, disegnando vortici e spirali.
“Io sono Pax e lui è mio figlio Key.” Pax seguiva la piccola sfera e subito dopo Key.
“Posso rifarti la domanda ora?, l’unico rumore, oltre le loro voci, era quello delle scarpe sul pavimento di metallo.
“Cosa sono?”, chiese Me-Linda.
“Si”.
“Prima di tutto sono una donna, sono una compagna di viaggio e infine sono un innesto di personalita all’interno di una Sfera quantica.”
“Ti è chiaro vero Key?” chiese Pax al figlio
“Cosa ha detto?”, Key guardo il padre sinceramente perplesso
“Che è una donna.”, rispose Pax sorridendo.
“So cos’è una donna papà, quello che non ho capito è tutto il resto.”
“E dici di sapere cos’è una donna?”, Pax rise di cuore.
“Spiegarvi qui, in due parole, cosa è una Sfera quantica non mi sembra il caso. Prendetela per buona, se avremo tempo, cosa improbabile, potrei impiegare parte di esso per istruirvi sull’argomento.”, il corridoio procedeva ancora dritto, buio e sembrava non avesse fine.
Dopo un po di tempo passato in silenzio, il rumore delle scarpe sul pavimento di ferro, rapportato al dolce e leggero sibilo della sfera, parve insopportabile a Pax che senti il bisogno di dire qualcosa.”
“Ci manca ancora molto? Stiamo camminando in questo corridoio da un pezzo ormai? Devo iniziare a preoccuparmi?
“E preoccuparti di cosa? Che voglia uccidervi? rapinarvi? o chissà quale altra tremenda cosa. Siamo quasi arrivati, ma se avete cambiato idea, potete andarvene subito, sarò lieta di riaccompagnarvi alla porta.”
“Papà!”, escamò Key guardando in faccia il padre.
“Va bene, va bene, è più forte di me, sarà la vecchiaia. Più apprendi quello che ti circonda più diventi diffidente verso quello che non riesci a comprendere.”
“Oh, non ti preoccupare Key, tuo padre non mi recato offesa, se è questo che ti preoccupa. La mia era una semplice domanda. Ci sono alcuni vantaggi nell’innestare una personalità in una Sfera quantica, uno di questi consiste nel fatto che durante il passaggio della personalità la sfera filtra certi sentimenti che non ci appartengono ma che comunque ci distraggono dal resto e non li lascia passare.” Uno di questi era appunto, l’orgoglio. Me ne sono liberata.
“Sembra bello e utile”, disse Pax
“Si, molto utile.”, i colori principali della sfera, il viola e il blu scuro, rallentarono il movimento, mentre fecero l’opposto le piccole striature azzurre sulla superficie, “Ecco, ci siamo, quella porta li in fondo.”
Avanzarono ancora qualche decina di metri e arrivarono davanti a una porta aperta. Al di la della porta, c’era casa loro.

L’Uomo nella scatola 00000111

nero1
Parte ottava
-prima stesura-451

“Motivo della visita?”.
“Sbaglio o é dalla palla che viene questa voce?”, chiese Key fissando la sfera, ora luminosa, al centro del tavolo tondo.
“Non sbagli, proviene da li.”, rispose il padre.
“Non capisco cosa di ci sia di cosi strano, non avete mai visto una sfera di cristallo che parla?”.
Key e Pax si guardarono l’un l’altro e fu Pax a parlare per primo.
“No, veramente no. Sfere di cristallo usate dai maghi per predire il futuro si, di quelle qualcuna ne ho vista.”
“Anche io, una volta”, disse Key.
“Quelle sono, precisamente, sei modelli precedenti a questa che ora avete di fronte. Io stessa.”, rispose la sfera.
“Io stessa?” esclamo Key, “hai una coscienza?”
“Non vorrei sembrare offensiva, ma a quanto posso constatare, forse migliore della vostra.”, i colori sulla sfera si agitarono.
“E te pareva.”, Pax pareva deluso dalla risposta. Key invece era totalmente incantato dalla sfera, sembrava ipnotizzato.
“Chi sei?”, chiese Pax
“Voi entrate in casa nostra e io dovrei presentarmi per prima? Ecco una altra prova a conferma della mia tesi.”, disse la sfera
Pax e Key non risposero limitandosi a guardare la sfera.
“Daccordo, se la montagna non va da Maometto, Maometto …”, la sfera non riusci a finire la frase
“Dipende dal motivo per cui Maometto non va alla montagna e se per la montagna valga davvero la pena spostarsi.” finì Key.
Pax guardo il figlio, gli occhi spalancati come quando gli capita di vedere le cose al rallentatore.
“Voi perchè vi siete spostati?”, chiese la sfera. I colori si muovevano in modo lento e regolare, formando piccoli vortici di tanto in tanto.
“Volevo accertarmi che l’uomo che vive in questa scatola stesse bene.”, rispose Key
“Un nobile sentimento ti ha spinto qui e forse Bi-Gio, l’ha “sentito””. disse la sfera.
Dopo un breve silenzio la sfera riprese a parlare. “Sta cambiando, poco per ora, lentamente, ma sta cambiando. Non capisco come, ne in che modo, ma sta cambiando. E’ evidente.”
“Chi sta cambiando?”, chiese Pax.
“Bi-Gio, l’uomo che vive, insieme a me e Felix, qui, nella scatola”. Dopo una breve pausa, in assenza di alcuna reazione nei suoi inattesi ospiti, la sfera continuò, “Cosa avete in mano?”
“Key e Pax si guardarono le mani, “del cibo e una bottiglia di vino.”
“Ecco cosa ha visto, più che sentito: il vino. Dovrei sentirmi meglio a questa notizia ma invece mi sento peggio.”, disse la sfera, mentre i colori rallentavano il movimento e si aggrovigliavano tra loro con maggiore frequenza.
“Bene, se volevate sincerarvi sullo stato di salute di Bi-Gio, direi che vi potete accomodare, vi sta aspettando.”
La sfera si spense all’improvviso. Contemporaneamente si apri silenziosamente una posta di metallo alle sue spalle, dal lato opposto della stanza.

Il linguaggio ci cambia

Si può immaginare una sistema sociale organizzato in cui l’unico linguaggio utilizzato per comunicare sia, ad esempio, quello musicale?
A quanta mediocrità, oscenità e volgarità potremmo rinunciare, ad esempio, cosi facendo?
Esprimere qualunque concetto tramite questo strumento sarebbe come filtrare tutte quelle schifezze che galleggiano, di solito, in un olio di frittura già utilizzato attraverso della carta. E il concetto arriverebbe lo stesso.

L’Uomo nella scatola 00000110

pseudoescher
Parte settima
-prima stesura-626

Stavano per andarsene quando all’improvviso udirono un leggero scatto metallico. Si girarono all’unisono. Un sottile foglio di luce filtrava attaverso una piccola apertura nella scatola. Si avvicinarono piano alla luce e videro che si era aperta una porta. Si guardarono in faccia per qualche secondo e poi con molta prudenza aprirono lentamente la porta verso l’interno. La luce proveniva da una strana lampada attaccata ad una parete metallica. Sotto la luce si apriva una botola con una scala che scendeva in profondità. Fecero un paio di passi verso la botola e all’improvviso, cosi come si era aperta, la porta alle loro spalle si richiuse.
Pax corse alla porta. “E’ chiusa.”, la stava esaminando cercando qualsiasi cosa potesse assomigliare a una maniglia o un meccanismo di apertura.
Key si avvicinò ed inizio a esaminare la porta anche lui, passando entrambe le mani sulla superficie, “E’ liscia e sembra non ci sia modo di aprirla. Che facciamo?”
“Non lo so.” Pax era visibilmente preoccupato.
“Mi dispiace papà, non immaginavo.”
“Ci credo, come facevi ad immaginare un posto del genere?”
Key dopo un attimo di silenzio iniziò a martellare la porta con i pugni urlando a squarciagola, chiedendo aiuto.
“Calmati Key, è inutile, non credo proprio ci sia qualcuno che possa sentirci, sempre che si possa sentire qualcosa oltre questa porta di ferro.” Lo prese tra le bracce e lo strinse forte.
“Che facciamo ora?”
“L’unica cosa che ci rimane, scendere quelle scale, nella botola. Sembra l’unica via d’uscita.”
“O di entrata”, Key fisso il padre.
“Già. In tutti i casi qui è inutile rimanere. Vado prima io, tu aspetta all’entrata della botola e cerca di fare luce in basso, daccordo?”, Pax si assicurò alla vita la sua torcia e si avvicinò alla botola.
“Daccordo papà”.
Pax entrò nella botola e iniziò a scendere piano lungo una scala a pioli di ferro. Sopra di lui la faccia di Key sporgeva dal buco con in mano la torcia puntata in basso ad illuminare i piedi del padre.
Ad una tratto una piccola luce azzurra si accesse nel condotto illuminando completamente Pax e parte di scala sotto di lui. Pax si fermo immediatamente e Key trattenne il respiro. Non successe altro. Pax lentamente riprese a scendere e dopo poco un altra luce si accese mentre contemporanemente si spengeva la precedente.
“Key spengi la torcia e scendi subito anche tu, credo che ci sia un sistema di illuminazione che segue i movimenti di chi scende”.
“Daccordo, arrivo.”
Dopo poco ricominciarono a scendere insieme, Pax per primo e Key subito dopo. Continuarono ancora per una decina di metri sempre con le piccole lampade che si accendevano e si spengevano seguendo la loro discesa. Ad un tratto in basso si accese una luce più forte che illuminava una spazio più grande, probabilmente una stanza.
“Sembra siamo arrivati in fondo, c’è una luce. Key hai ancora con te il coltellino da legno?”
“Credo di si, aspetta, si.” Key passò a Pax il piccolo coltello che il padre gli aveva regalato per il suo dodicesimo compleanno. Lo usava per intagliarci il legno, uno dei suoi passatempi preferiti.
La parte più interessante per Key, o almeno lui cosi diceva, era la fase di ricerca del legno. Cercare strane forme all’interno di pezzi di legno per poi cercare di liberarle o quanto meno di mostrarle, di renderle visibili a tutti.
A Pax sembrava una cosa molto bella e apprezzava parecchio il lavoro di Key, ne era orgoglioso.
Pax, con in mano il coltello, discese anche gli ultimi gradini e si ritrovò all’interno di una stanza più ampia completamente spoglia con al centro un tavolo rotondo. Sopra il tavolo c’era una sfera di cristallo.

L’Uomo nella scatola 00000101

gatto-nero-pantera
Parte sesta
-seconda stesura-596

E’ probabile che vi stiate chiedendo, a questo punto, se io non sia un gatto schizzofrenico o uno a cui piace saltare da una parte all’altra della storia solo per il gusto di confondere la testa a chi legge. La risposta è in parte si e in parte no. E’ vero che ho una certa propensione per la cinematografia ed è probabile che porti parte di questa nel racconto. La risposta però non riguarda questo aspetto ma piuttosto la storia stessa e il mio essere gatto. La storia costringe, in qualche modo, a spezzettarla per renderla più comprensibile ve lo assicuro e per quanto riguarda il mio essere gatto, vi invito a prenotare fin da ora una copia della mia Biografia in prossima uscita nelle migliori librerie di Troilly. Solo a Troilly? Suppongo di si, ma questa potrebbe essere l’occasione giusta per un viaggetto fino a qui, in questo bel paesino noir, posto su una ampia collina vicino al Mare del nord.
Ecco, credevo fosse corretto dare un minimo di spiegazione e spero che sia sufficiente a permettervi di avere la pazienza necessaria, soprattutto all’inizio, di continuare a seguirmi. Non posso promettere a tutti che alla fine non la consideriate solo una perdita di tempo, ma, in tutti i modi, visto come impiegate male il vostro tempo voi umani, dal mio punto di vista, può solo giovarvi.
Detto questo, ora posso spiegarvi perchè ho raccontato la storia del Mikado giapponese, o lo Shangai cinese, e perchè l’abbia inserita ora nel racconto. In realtà questo piccolo squarcio di vita quotidiana, di questa famiglia a due, ha molta importanza. Io almeno la considero molto importante, ed essendo in fondo quello che la storia la racconta, mi son preso la libertà di inserirla, e farlo a questo punto. Il caro Bi-Gio non la conosce per ora, non vi ha ne preso parte, ne assistito. Ma ben presto anche per lui sarà molto importante, forse abbastanza da cambiargli la vita. Io lo so, e ora lo sapete anche voi.
Avete forse notato un aspetto di Bi-Gio. E’ molto attaccato alle macchine, o meglio, è molto attaccato agli elaboratori elettronici, in grado secondo lui, potendo elaborare un quantità di dati praticamente infinita (almeno quelli che possiede lui), di risolvere qualunque problema o quesito posto.
Due elementi però sono contro il povero Bi-Gio: Il primo, e se ne conto in modo evidente anche lui, riguarda il fatto che l’elaboratore fornisce una risposta vicino alla soluzione tanto più dati di base vengono immessi; ora, più il problema è complesso, maggiori sono il numero di dati e variabili necessari da immettere. Arrivando ad avere una quantità praticamente infinita di possibili dati e variabili iniziali e anche prevedibile che la risposta ottenuta si una delle infinite risposte fornibili dall’elaboratore. Il secondo elemento, a mio parere più importante, è l’imprevedibilità, la variabile Caso, onnipresente, anche in una semplice domanda-riposta, causa-effetto, uno a uno.
Il Mikado probabilmente può far comprendere meglio l'”aspetto Caso” a Bi-Gio, spero però che non si fermi li, ma vada oltre, altrimenti l’aridità che ha nel suo cuore non se andrà e io, come suo gatto, ne soffrirei.
Ora vado a fare un pisolino, se più tardi ci siete, ricomincierò a raccontarvi la storia.
Scopriremo come e in che occasione il Mikado e Bi-Gio si incontreranno e ve lo racconterò, appunto, come più reputerò meglio.
P.S.
Quasi dimenticavo: Oggi è il mio compleanno! Auguri gatto! Che io possa sempre attraversare sano e salvo la strada e che quelli che incroceranno il mio cammino ne ottengano solo fortuna! … e poi a me il nero piace.

L’Uomo nella scatola 00000100

mikado
Parte quinta
-seconda stesura-666

“Finito.”, disse Pax, chino sul tavolo da lavoro.
“Cosa?”, Key era sdraiato sul divano con i piedi, appoggiati al tavolo basso, dentro delle ciabatte a forma di coniglio.
“Il Mikado.”, Pax stava ammirando il lavoro appena finito.
“Cosa?”
“Il Mikado in giapponese o lo Shangai in cinese è un gioco molto particolare, si gioca con degli …”, Pax non riusci a finire la frase.
“Lo Shangai!”, disse Key girando la testa, “Lo conosco, quello che si gioca con dei bastoncini di legno colorati, giusto?”
“Si, ho finito di colorarli, tutti e cinquanta, non ne potevo più. Me ne sono trovato uno di legno per caso in mano un giorno, non so da dove sia sbucato, l’ho trovato in terra, per la strada e ho pensato di provare a fare io gli altri. Il lavoro si è dimostrato più rognoso del previsto e se devo dirtela tutta, dopo i primi tre mi ero già stufato. Comunque ora ho finito.”, Pax esaminava i bastoncini, “Non sono proprio tutti uguali o della stessa precisa dimensione, ma credo si possa giocare. Noi non siamo troppo schizzinosi, giusto?”
“Assolutamente no”, Key si alzo dal divano per avvicinarsi al tavolo. Andò a sbattere contro la lampada bassa provocando un rumoroso “boing”.
“Inizio io”, disse Pax, mentre Key si sedeva vicino a lui.
Pax fece spazio sul tavolo, vi stese un panno verde, prese nella mano tutti i bastoncini e poi aprendola di colpo li lasciò cadere sul tavolo.
A Key a volte capitava di assistere con gli occhi spalancati a scene al rallentatore. All’inizio questa cosa l’aveva disturbato, anche perchè non era in grado di controllarla, poi pian piano era arrivato al punto di aspettare con ansia la volta successiva.
Questa era una di quelle volte. I bastoncini cadevano molto lentamente urtandosi tra loro, una volta o più di una volta, con lo stesso bastoncino o con bastoncini diversi. A volte una bastoncino riusciva, non si sa per quale strana legge fisica, ad avvicinarsi ed urtare un’altro bastoncino molto lontano. Anche i rumori erano, naturalmente, rallentati; si percepiva, non un rumore indistinto, ma un suono molto simile ad una melodia. Tanti bastoncini di legno che si colpiscono tra loro delicatamente seguendo solo in apparenza uno schema casuale. E ogni volta lo schema è differente da tutti i precedenti.
“L’hai visto al rallentatore?”, chiese Pax, “Avevi gli occhi a palla come quando ti capita.”
“Si, ed è stato bellissimo.”, rispose Key ancora incantato.
“Ogni volta non so se debba preoccuparmi o considerarti fortunato ad avere questa capacità”, disse il padre guardandolo.
“Fintanto vedo al rallentatore cose piacevoli mi considero fortunato, spero di non dover mai asistere a qualcosa di brutto in questo modo.”
“Già hai perfettamente ragione”, disse Pax scompigliando affettuosamente i capelli del figlio, “Beh? giochiamo o no?”
“Guarda che forma hanno assunto i bastoncini”, Key stava indicando la piccola, strana costruzione che avevano formato i bastoncini, aggrappati ora l’uno all’altro in un equilibrio estremamente instabile.
“Si, bella.”
Key aveva la mano pronta ad estrarre il suo primo bastoncino, un pò tremante a pochissima distanza dalla punta di quello che sembrava uno dei più facili da prendere.
“Il bastoncino non lo prendi? quello sembra abbastanza facile.”
“Se sbaglio potrebbero cadere tutti. Sarebbe un peccato distruggere questa construzione, non credi?” Key sorrise a Pax, “Devi decidere tu comunque, è stata la tua mano che li ha lasciati andare.”
“Dici?”, rispose il padre, “prima ti fai tutte queste storie in testa e poi scarichi la decisione su di me. Ti sembra una cosa giusta?”
Pax esaminò meglio la strana disposizione dei bastocini. Si alzò da tavolo e ci girò intorno lentamente, osservandola da tutte le prospettive. Poi guardo Key.
“Daccordo, sai che facciamo allora?”
“No”
“La lasciamo qui e andiamo a mangiare fuori. E’ molto probabile che quanto torneremo sarà già caduta da sola.”
“Buona idea, amo mangiare fuori.”
“Non ti piace la mia omelette?” Pax era offeso.
“Adoro la tua omelette, ma mi piace anche quando variamo il menù ogni tanto, andando appunto a mangiare fuori.”

L’Uomo nella scatola 00000011

elaboratore
Parte quarta
-seconda stesura-483

“Ma è possibile che tutte le volte debba ricredermi? Debba riconsiderare tutti i dati, le proiezioni e le analisi fatte?” – Bi-Gio era stanco e arrabbiato. La sua intera esistenza veniva messa in discussione, ancora una volta, in un ciclo apparentemente infinito. Iniziavano ad incrinarsi, a frantumarsi, man mano, ad una ad una, le sue verità, i pilastri sui quali poggiava tutta la sua dimora. Il suo rifugio era ora in balia di variabili impazzite, di vortici di illogicità, di uragani di pazzia. L’abitudine, l’addestramento, l’avrebbero spinto ad eseguire le solite verifiche e controverifiche, a reimpostare i dati in base a varianti di configurazione iniziali, aggiungendo qua e la, come fragole su una torta, alcune variazioni sulla base dei nuovi dati ottenuti, ma, lo sapeva già, l’unico risultato sarebbe stato quello di verificare l’inverificabile, confutare l’inconfutabile.
Ad un tratto si alzò dalla sedia, prese un bicchiere di plastica e lo bucò sul fondo. Iniziò a versarvi del vino che naturalmente inizio ad uscire dal buco riversandosi sul pavimento. Rimase per un pò li, a versare vino nel bicchiere cercando inutilmente di riempirlo pur consapevole della impossibilità di farlo. Poi ad un tratto lo sollevò e iniziò a bere il vino dal buco. Un sorriso gli accese il volto, forse per effetto del vino o forse per qualcos’altro. Finì il vino e si lasciò cadere pesantemente sulla poltrona li vicino. Si fece un autoscatto e quella foto ora è sempre li, accanto ai suoi elaboratori.
La stava appunto guardando tra un analisi e un’altra quando la luce blu si accese. Qualcuno era nei pressi della sua scatola. Accese il monitor e vide due facce bagnate sotto due cappucci fradici, sotto un ombrello stanco e afflosciato, che esaminavano la scatola.
“Ehi, c’è nessuno li dentro?”, aveva parlato quello più giovane. L’altro, accanto al giovane, era chiaramente a disagio, lo si leggeva chiaramente sulla sua faccia. La faccia di uno che si sente nel posto sbagliato nel momento sbagliato.
Stavano cercando di aprire un pò la scatola e l’impossibilità di farlo li stava incuriosendo. Poteva diventare un problema.
Come erano potuti arrivare fino a li? Come avevano potuto vedere la scatola? Ecco un altro problema da sottoporre ai suoi elaboratori. Rimase un pò a guardare i due, attraverso il monitor, che giravano attorno alla scatola, toccando, strusciando, annusando. Gli venne alla mente l’immagine di cani che fiutando qualcosa, ci si aggrovigliano attorno. Non desistevano, più si rendevano conto che la scatola non era una normale scatola di legno più fiutavano e raspavano.
Avevano in mano un sacchetto e una bottiglia, una bottiglia di vino. Una coincidenza? No. Almeno di questo ne era sicuro. Una delle poche sicurezze che gli erano rimaste era che, appunto, le coincidenze non esistono. Ancora ora nessuna variabile improvvisa era ancora riuscita a distruggerla; questa e poche altre ancora sostenevano la sua casa. Forte di questa considerazione, prese l’unica decisione ragionevole in quel momento. Farli entrare.

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