L’Uomo nella scatola 00000011


elaboratore
Parte quarta
-seconda stesura-483

“Ma è possibile che tutte le volte debba ricredermi? Debba riconsiderare tutti i dati, le proiezioni e le analisi fatte?” – Bi-Gio era stanco e arrabbiato. La sua intera esistenza veniva messa in discussione, ancora una volta, in un ciclo apparentemente infinito. Iniziavano ad incrinarsi, a frantumarsi, man mano, ad una ad una, le sue verità, i pilastri sui quali poggiava tutta la sua dimora. Il suo rifugio era ora in balia di variabili impazzite, di vortici di illogicità, di uragani di pazzia. L’abitudine, l’addestramento, l’avrebbero spinto ad eseguire le solite verifiche e controverifiche, a reimpostare i dati in base a varianti di configurazione iniziali, aggiungendo qua e la, come fragole su una torta, alcune variazioni sulla base dei nuovi dati ottenuti, ma, lo sapeva già, l’unico risultato sarebbe stato quello di verificare l’inverificabile, confutare l’inconfutabile.
Ad un tratto si alzò dalla sedia, prese un bicchiere di plastica e lo bucò sul fondo. Iniziò a versarvi del vino che naturalmente inizio ad uscire dal buco riversandosi sul pavimento. Rimase per un pò li, a versare vino nel bicchiere cercando inutilmente di riempirlo pur consapevole della impossibilità di farlo. Poi ad un tratto lo sollevò e iniziò a bere il vino dal buco. Un sorriso gli accese il volto, forse per effetto del vino o forse per qualcos’altro. Finì il vino e si lasciò cadere pesantemente sulla poltrona li vicino. Si fece un autoscatto e quella foto ora è sempre li, accanto ai suoi elaboratori.
La stava appunto guardando tra un analisi e un’altra quando la luce blu si accese. Qualcuno era nei pressi della sua scatola. Accese il monitor e vide due facce bagnate sotto due cappucci fradici, sotto un ombrello stanco e afflosciato, che esaminavano la scatola.
“Ehi, c’è nessuno li dentro?”, aveva parlato quello più giovane. L’altro, accanto al giovane, era chiaramente a disagio, lo si leggeva chiaramente sulla sua faccia. La faccia di uno che si sente nel posto sbagliato nel momento sbagliato.
Stavano cercando di aprire un pò la scatola e l’impossibilità di farlo li stava incuriosendo. Poteva diventare un problema.
Come erano potuti arrivare fino a li? Come avevano potuto vedere la scatola? Ecco un altro problema da sottoporre ai suoi elaboratori. Rimase un pò a guardare i due, attraverso il monitor, che giravano attorno alla scatola, toccando, strusciando, annusando. Gli venne alla mente l’immagine di cani che fiutando qualcosa, ci si aggrovigliano attorno. Non desistevano, più si rendevano conto che la scatola non era una normale scatola di legno più fiutavano e raspavano.
Avevano in mano un sacchetto e una bottiglia, una bottiglia di vino. Una coincidenza? No. Almeno di questo ne era sicuro. Una delle poche sicurezze che gli erano rimaste era che, appunto, le coincidenze non esistono. Ancora ora nessuna variabile improvvisa era ancora riuscita a distruggerla; questa e poche altre ancora sostenevano la sua casa. Forte di questa considerazione, prese l’unica decisione ragionevole in quel momento. Farli entrare.

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