L’Uomo nella scatola 00000100


mikado
Parte quinta
-seconda stesura-666

“Finito.”, disse Pax, chino sul tavolo da lavoro.
“Cosa?”, Key era sdraiato sul divano con i piedi, appoggiati al tavolo basso, dentro delle ciabatte a forma di coniglio.
“Il Mikado.”, Pax stava ammirando il lavoro appena finito.
“Cosa?”
“Il Mikado in giapponese o lo Shangai in cinese è un gioco molto particolare, si gioca con degli …”, Pax non riusci a finire la frase.
“Lo Shangai!”, disse Key girando la testa, “Lo conosco, quello che si gioca con dei bastoncini di legno colorati, giusto?”
“Si, ho finito di colorarli, tutti e cinquanta, non ne potevo più. Me ne sono trovato uno di legno per caso in mano un giorno, non so da dove sia sbucato, l’ho trovato in terra, per la strada e ho pensato di provare a fare io gli altri. Il lavoro si è dimostrato più rognoso del previsto e se devo dirtela tutta, dopo i primi tre mi ero già stufato. Comunque ora ho finito.”, Pax esaminava i bastoncini, “Non sono proprio tutti uguali o della stessa precisa dimensione, ma credo si possa giocare. Noi non siamo troppo schizzinosi, giusto?”
“Assolutamente no”, Key si alzo dal divano per avvicinarsi al tavolo. Andò a sbattere contro la lampada bassa provocando un rumoroso “boing”.
“Inizio io”, disse Pax, mentre Key si sedeva vicino a lui.
Pax fece spazio sul tavolo, vi stese un panno verde, prese nella mano tutti i bastoncini e poi aprendola di colpo li lasciò cadere sul tavolo.
A Key a volte capitava di assistere con gli occhi spalancati a scene al rallentatore. All’inizio questa cosa l’aveva disturbato, anche perchè non era in grado di controllarla, poi pian piano era arrivato al punto di aspettare con ansia la volta successiva.
Questa era una di quelle volte. I bastoncini cadevano molto lentamente urtandosi tra loro, una volta o più di una volta, con lo stesso bastoncino o con bastoncini diversi. A volte una bastoncino riusciva, non si sa per quale strana legge fisica, ad avvicinarsi ed urtare un’altro bastoncino molto lontano. Anche i rumori erano, naturalmente, rallentati; si percepiva, non un rumore indistinto, ma un suono molto simile ad una melodia. Tanti bastoncini di legno che si colpiscono tra loro delicatamente seguendo solo in apparenza uno schema casuale. E ogni volta lo schema è differente da tutti i precedenti.
“L’hai visto al rallentatore?”, chiese Pax, “Avevi gli occhi a palla come quando ti capita.”
“Si, ed è stato bellissimo.”, rispose Key ancora incantato.
“Ogni volta non so se debba preoccuparmi o considerarti fortunato ad avere questa capacità”, disse il padre guardandolo.
“Fintanto vedo al rallentatore cose piacevoli mi considero fortunato, spero di non dover mai asistere a qualcosa di brutto in questo modo.”
“Già hai perfettamente ragione”, disse Pax scompigliando affettuosamente i capelli del figlio, “Beh? giochiamo o no?”
“Guarda che forma hanno assunto i bastoncini”, Key stava indicando la piccola, strana costruzione che avevano formato i bastoncini, aggrappati ora l’uno all’altro in un equilibrio estremamente instabile.
“Si, bella.”
Key aveva la mano pronta ad estrarre il suo primo bastoncino, un pò tremante a pochissima distanza dalla punta di quello che sembrava uno dei più facili da prendere.
“Il bastoncino non lo prendi? quello sembra abbastanza facile.”
“Se sbaglio potrebbero cadere tutti. Sarebbe un peccato distruggere questa construzione, non credi?” Key sorrise a Pax, “Devi decidere tu comunque, è stata la tua mano che li ha lasciati andare.”
“Dici?”, rispose il padre, “prima ti fai tutte queste storie in testa e poi scarichi la decisione su di me. Ti sembra una cosa giusta?”
Pax esaminò meglio la strana disposizione dei bastocini. Si alzò da tavolo e ci girò intorno lentamente, osservandola da tutte le prospettive. Poi guardo Key.
“Daccordo, sai che facciamo allora?”
“No”
“La lasciamo qui e andiamo a mangiare fuori. E’ molto probabile che quanto torneremo sarà già caduta da sola.”
“Buona idea, amo mangiare fuori.”
“Non ti piace la mia omelette?” Pax era offeso.
“Adoro la tua omelette, ma mi piace anche quando variamo il menù ogni tanto, andando appunto a mangiare fuori.”

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