L’Uomo nella scatola 00001011


sassii
Parte dodicesima
-seconda stesura-
Me-Linda cambia nome

I sei piedi sembravano stessero ridendo tra loro, appoggiati due di fronte agli altri sul tavolo basso, illuminati dalla luce delle braci che proveniva dal camino.
La bottiglia ormai vuota era caduta vicino al bordo e il poco vino che ne era uscito aveva formato un piccolo laghetto ai suoi piedi.
Stava facendo giorno, un pò di luce rossa filtrava attraverso la finestra chiusa e gli uccellini cinguettavano.
Me-Linda se ne stava sospesa, come una piccola nuvola tonda, oscillando lentamente su e giù.
Sibilava dolcemente una ninna nanna  a mezz’aria e tutto era perfetto, anche il russare di Pax che con un sorriso ebete se ne stava stravaccato con la testa mezza storta, sul divano.
Key con i suoi piedi aveva rovesciato sul pavimento, quasi tutto quello che era stato prima sul tavolo.
Bi-Gio stava fermo, immobile, con le mani incrociate e le dita dei pollici che sorreggevano il mento, gli occhi chiusi o socchiusi e un leggero sorriso sulla bocca.
Felix osservava concentrato Me-Linda, arroccato sulla spagliera del divano, con il corpo pronto a balzare in avanti e le orecchie dritte in ascolto.
Una improvvisa fluttuazione dei colori sulla sfera lo fecero scattare. Con un balzo portentoso si aggrappò alla piccola sfera che con un gemito si accese.

Lasciai partire, senza poterla controllare, una scarica un pò troppo forte, e Felix in seguito a quell’episodio ancora non mi parla, malgrado fossi io dalla parte della ragione. Non ci si può comportare in quel modo nemmeno se sei un gatto. Stavo dormendo cosi bene. E meno male non usa gli artigli, questo devo riconoscerglielo.
“Eccoli là, lo sapevo che non sarebbe stato difficile dopotutto. Questi umani ci sono cascati come pidocchi.”
“Polli”
“Cosa dici, Felix?”
“Polli, ci sono cascati come polli, non come pidocchi.”
“Non capisco come faccia sempre a confondere la parola polli con la parola pidocchi, eppure non c’è nemmeno assonanza tra le due.”, ero davvero perlessa.
“C’è di più,  queste sono le tre parole che abbiamo ripetuto tutta la serata e buona parte della nottata facendo quello stupido gioco: cascati come polli.”, mi rispose Felix e aveva ragione.
Qualcosa non mi tornava in effetti. Alcuni difetti, alcune lagune, dimenticanze, imperfezioni, di tanto in tanto si mostravano spoduratamente innanzi alla mia essenza.
Avevo cercato di scacciare via questi pensieri, anche dalla semisfera incoscia, ma questi, imperterriti, si mostravano nuovamente e nuovamente.
Uno squarcio, magari uno squarcettino, ma pur sempre un buco, nero per giunta, come Felix, si era evidentemente fatto strada attraverso le  mie difese.
Mi piace Felix dopo tutto, non sò perchè ma mi sento attratta da questo gatto nero. Sa essere riservato ma anche molto invadente, a volte; ti guarda dentro, ti scruta e sembra sia sempre li a giudicarti, ma in realtà ti sprona. Uno specchio per i miei occhi, uno specchio di acqua salata. Mi manca non poter sentire i sapori delle cose, dell’acqua, dei sassi, del cibo. Questa è proprio una cosa che mi manca. Un’altra cosa parecchio fastidiosa è quella di non riuscire a controllare i flussi di colore. Se ne vanno dove più li pare senza chiedere ne permessi, ne nulla a me stessa. Me Stessa. Me stessa. Me Stessa. Mi piace, da oggi il mio nome sarà: Me-Stessa.

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