Archivio mensile:maggio 2013

La cena

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“Perchè proprio io? – A qualcuno questa domanda sembrerà familiare ed è la stessa che si fece Goggy scendendo le scale che portavano alla cantina. Tutte le volte che c’era da prendere qualcosa in cantina il signor Butch mandava lui. Era il più giovane è vero e anche il meno utile in cucina, ormai se n’era fatto una ragione, ma a lui proprio non piaceva quella cantina. C’era qualcosa di sbagliato in quella cantina, non capiva che cosa, ma tutte le volte che scendeva quella scala di pietra provava un brivido freddo lungo la schiena. Cercava di metterci meno tempo possibile e di fare più in fretta che poteva. Un paio di volte nella fretta ruppe delle bottiglie di vino estremamente costoso che vennero prontamente detratte dal suo già misero stipendio. Quella volta almeno doveva prendere del formaggio.
<Goggy, naturalmente, è il primo a scomparire>

“Che fine ha fatto Goggy? Sono passate due ore da quando gli ho chiesto di prendere del formaggio in cantina e non è ancora tornato!” – il Sig. Butch era infuriato, e questa non era certo una novità, la novità sarebbe stata vederlo tranquillo. Butch è un omone, un tipo grosso che quando lo vedi pensi subito che, o lavora in una pessima cucina addetto a macellare la carne, oppure è una di quelle guardie del corpo, di un boss della malavita, a cui puoi chiedere davvero di tutto. In quel momento stava armeggiando con pentole e fornelli. Tutto sudato davanti ai fuochi altissimi, bestemmiava, urlava ordini e sputava catarri mostruosi in giro sul pavimento della cucina. Di tanto in tanto qualcuno degli aiutanti vi scivolava sopra. La vecchia Odrige lo considerava il suo piccolo bambino, a quanto pare l’aveva allevato lei in mancanza dei veri genitori. Era praticamente cresciuto in cucina. Si dice che anche da piccolo scatarrasse, anche se probabilmente con una gettata inferiore, e che spesso beccasse le gambe della vecchia Odrige. Lei stravedeva per lui e quegli sputi per lei erano un caldo ricordo da serbare nel profondo del cuore, se mai ne avesse avuto uno.
In quell’istante, proprio la vecchia Ordige stava arrancando, appoggiandosi di volta in volta su uno dei due muri del corridoio proprio sopra la cucina, verso, probabilmente, la sua camera. Era probabile visto che il turno di Odrige era finito, almeno per il momento.

La signora Ordige, dopo aver combattuto una piccola scaramuccia con la serratura della sua camera, scaraventò a pedate, per quel che ne rimaneva di spazio tra la porta e un armadio aperto, i due fagotti che aveva ai suoi piedi. Fece quattro passi fino al letto che aveva di fronte e vi ci schianto sopra senza levarsi neanche le scarpe. Se ora proviamo a spostarci con una telecamera virtuale piano piano sopra la scena e facciamo un lento zoom, vediamo prima due scarpe color lilla fosforescente, poi due calze a rete nere a maglia larga, una gonna color pisello con ricami giallo pallido di stelle e di lune, una camicia bianca da segretaria, a righe nere verticali, aperta in corrispondenza della pancia a causa di un bottone mancante, un collo grosso e rugoso, due orecchini d’oro, due occhi chiusi in un mare di fondotinta. Osserviamo ora la sua camera: una desolante tristezza. Una sola volta ci sono entrata e sono dovuta scappare via per non mettermi a piangere. Non è tanto diversa da tante altre camere in effetti e solo che li ho avuto la sensazione che niente fosse dove doveva essere, tutto nel posto sbagliato, al momento sbagliato, nel modo sbagliato e mi sono resa conto di quanto diverse possano essere le persone, di quanta lontananza ci può essere tra essere umani, e che io preferivo di gran lunga essere me. E comunque a me la signora Ordige non piace, poi ognuno e libero di pensarla come gli pare, ma lontano da me.

C’era un gran via vai di inservienti, camerieri, aiutanti e domestici che andavano e venivano nei lunghi corridoi della residenza, un bellissimo palazzo del mille e due cento, di cui non faccio nome, gravato di numerose e pesanti ristrutturazioni avvenute nel corso degli ultimi due anni.
I preparativi erano alla fasi finali. Dopo non molto di tutta quella confusione non sarebbe rimasta straccia. Avrebbero regnato il silenzio dell’eleganza e i bisbigli della pacatezza. La residenza avrebbe iniziato a spargere il suo aroma di magia in tutte le sue stanze. Dopo poco sempre, sarebbero iniziati ad arrivare gli invitati, non con la confusione della calca ma con la cerimonia di una processione. A una ad una le macchine si sarebbero fermate in prossimità del tappeto rosso scaricando a terra, come gli scaracchi di Butch, i loro importanti carichi. Non li conoscevo tutti, qualcuno mi era estraneo, e questa era quantomeno una novità.

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